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Aldo Palazzeschi: una risata vi curerà di Antonio Migliozzi
In tempi in cui si ride sempre meno e sempre più per buffonate senza senso, è proprio il caso di riscoprire il potere curativo di una risata che lasci l’amaro in bocca: la lezione di Aldo Palazzeschi.
Più di duemila anni fa Orazio asseriva che a raggiungere il punctum è il poeta in grado di unire l’utile al dilettevole parimenti ammonendo e divertendo il lettore. E se è innegabile che un messaggio, debitamente distorto dalla lente dell’ironia, possa acquistar forza, è altrettanto vero che rinunciare a quell’aria pedante e seriosa cui siamo comunemente assuefatti (quasi fosse una patente d’autorevolezza) comporta spesso il rischio di non esser presi sul serio. Aldo Palazzeschi quel punto oraziano l’ha raggiunto, ne ha fatto una professione di vita ed un testamento spirituale.
Ma gli anni della militanza futurista furono per Palazzeschi soprattutto banco di prova su cui affinare la tecnica, sperimentare ad oltranza e trasgredire i moduli espressivi convenzionali. Da allora non avrebbe più smesso di scrivere, diviso tra prosa e versi, stigmatizzando vizi e virtù di un secolo, denunciando l’insensatezza della guerra, sottolineando il comico che a ben guardare si nasconde anche nel tragico, ma sempre col sorriso sulle labbra.
D’altronde, recita un passo de Il Controdolore, Se credete che sia profondo ciò che comunemente s’intende per serio siete dei superficiali. Ebbene sì, perché ridere per Palazzeschi vuol dire soprattutto riflettere, o meglio ancora approfondire gli strani casi della vita e della condizione umana. La risata come un’erma bifronte: da una parte liberatoria fonte di benessere, anche se a scatenarla è il nonsenso, la battuta di spirito o il semplice lazzo, dall’altra specchio del paradosso, della sproporzione tra aspettativa e realtà, del tragicomico che non di rado s’accompagna all’esistenza. Un esempio? Il codice di Perelà. Protagonista è un uomo leggero, talmente leggero da risultare inconsistente, in pratica di fumo. Dopo aver vissuto per ben trentatré anni nella cappa d’un camino, discende dal suo antro fuligginoso e si avventura per le strade del regno di sua maestà Torlindao. Alterne vicende lo condurranno dapprima ad ottenere il gravoso incarico di redigere un nuovo codice di leggi per lo Stato, infine al processo e persino alla condanna perché la sua leggerezza, in un mondo così pesante, è un pericolo che non può essere tollerato. La storia di per sé dà molto da pensare e c’è chi l’ha comparata a quella di Cristo, forte di analogie che Palazzeschi volutamente ostenta, ma mai chiarisce.
Tralasciandone il senso complessivo, avvolto da una nube di fumo che ancora persiste dividendo la critica, sono i tanti incontri di Perelà con gli uomini a denunciare, tra riso e amarezza, i paradossi e le illusioni di cui si nutrono. Ecco, dunque, sfilargli davanti in lenta processione caricature e bozzetti d’umanità: dal poeta che si compiace della sua arte, ottenere il vuoto, al critico condannato a dargli la precedenza nonostante conosca già tutto quello che l’altro scriverà, dal filosofo che è tale per aver detto della propria specie tutto il male possibile, al medico la cui scienza sta nel dire…e nel non dire, dalle frivole dame dell’alta società con le loro manie, al pazzo volontario che solo in manicomio è libero di essere ciò che vuole.
Oggi, ad esclusione della qualità di un certo tipo di satira cui s’assiste sempre più di rado, si ride soprattutto per difetto e per approssimazione, sul frivolo e sul vuoto di contenuti. Palazzeschi offre una lezione di vita quanto mai attuale a metà strada tra la burla ed il monito: lasciatelo divertire, il poeta, unitevi a lui, ma abbiate il coraggio di approfondire! Potreste sentir nascere sulla lingua un retrogusto amarognolo: non disdegnatelo. |